Fedele Romani – La storia

Nato a Colledara (TE) il 16 maggio 1855 da Giovanni e Maria Taraschi, è considerato uno scrittore dallo stile limpido e chiaro, capace di attrarre con una prosa semplice e scorrevole lettori di tutte le età.
Fedele studiò prima al seminario di Atri e successivamente al ginnasio di Teramo e al liceo classico de L’Aquila. Frequentò in questi anni anche la scuola di disegno del pittore Gennaro Della Monica, affinando un talento naturale poi espresso nella produzione di caricature.

Secondo lo stesso Fedele Romani nel 1873, a 18 anni, pubblica la sua prima poesia intitolata Per monaca (pubblicata su “La Provincia”, secondo quanto egli stesso racconta in Colledara: ma la memoria certamente lo ingannava perché nel 1873 quel giornale non esisteva ancora. Si tratta dunque, certamente, de “La gazzetta di Teramo”: ma non è possibile al momento un riscontro perché di questo giornale ci sono pervenuti soltanto alcuni numeri e in essi non vi è traccia né del componimento citato né del nome di Fedele Romani).
Si laureò in lettere alla Normale di Pisa, avendo avuto come insegnanti Alessandro D’Ancona, Michele Ferrucci, Ferdinando Ranalli e, tra i compagni di studio, il dantista Guido Mazzoni. Fu professore di ginnasio a Potenza e a Cosenza, e quindi di liceo a Teramo, Sassari, Catanzaro, Palermo e Firenze. Nel capoluogo toscano, dove visse dal 1893 fino alla morte, fu anche docente nell’Istituto di Studi superiori e di Perfezionamento.

A Teramo fondò il giornale satirico “Sor Paolo Bifolco”, una pubblicazione molto interessante soprattutto per il contenuto fatto di buon umorismo dove Romani può esprimere tutta la sua vena di caricaturista; la pubblicazione non supera le tre uscite a causa del trasferimento dello stesso Romani al liceo di Sassari.
I suoi interessi culturali furono estremamente differenziati. Notevole l’apporto agli studi danteschi con la pubblicazione di numerosi saggi e con la serie delle conferenze tenute per la “Lectura Dantis” a Orsanmichele. Si occupò inoltre di dialettologia e pubblicò approfondite indagini relative alle parlate in Abruzzo, Sardegna, Calabria e Toscana.

La sua fama però è legata soprattutto all’opera narrativa. Nel settembre del 1906 in un albergo della montagna pistoiese Fedele Romani metteva la parola “fine” al suo capolavoro “Colledara”, straordinario libro di memorie che descrive luoghi e persone del suo paese d’origine. Tre anni dopo, il 4 settembre del 1909, nel Kursaal Hotel di Rapallo, chiudeva “Da Colledara a Firenze”, nel quale racconta la propria vita di studente e poi di professore attraverso un lungo viaggio che si snoda per numerose città italiane, fino a giungere a Firenze dove, nel liceo Dante, andò a occupare la cattedra di Italiano che era stata di Raffaello Fornaciari e di Isidoro Del Lungo. In quei giorni Fedele sapeva già di essere gravemente malato e che ormai gli restava pochissimo tempo da vivere. Le ultime pagine del suo secondo romanzo infatti sono cariche di mistero e di angoscia e sembrano rivelare qualcosa del suo Credo personale: pagine che possono far pensare a una qualche sua adesione alla dottrina della reincarnazione. Che Romani avesse da tempo abbandonato la fede cattolica è accertato ed è lui stesso a dichiararlo apertamente; niente però egli lasciò mai trasparire, stando almeno ai suoi scritti conosciuti, sulla sua privata visione del mondo. Morì a Firenze il 16 maggio del 1910 Giovanni Romani, fratello dello scrittore, dopo la morte di questi ne eseguì le disposizioni testamentarie e consegnò l’archivio e la biblioteca a Guido Mazzoni con l’incarico di conservare quanto a suo giudizio avesse interesse e valore letterario e di bruciare senz’altro tutto il resto. Per quanto è dato conoscere, Mazzoni curò la stampa di “Da Colledara a Firenze”, pubblicato nel 1915 e consegnò alcune carte e i libri all’Istituto Universitario dell’Annunziata dove Fedele aveva insegnato per alcuni anni. Purtroppo nulla sappiamo sul contenuto di tale raccolta di manoscritti che, a quanto pare, furono irrimediabilmente perduti nell’alluvione di Firenze del 1966. Fedele fu sepolto, secondo le sue volontà, nel cimitero di san Miniato.

Frase tratta dal Libro Colledara 1906 – Fedele Romani

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